Vittorio Sgarbi curatore del Padiglione Italia della 54° Biennale di Venezia nella visita ai padiglioni,
accompagna il Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota illutra sommariamente alcune opere.
Rivolgendosi a una sala gremita di fans e di un pubblico sostenuto ribadisce che è l'atto conclusivo della sua Biennale tra la laguna e le varie sedi regionali, omaggio alla città capitale dei 150 anni dell'Unità ed aggiunge che, quella del Padiglione Italia di Torino, è una esposizione di centinaia di artisti che in qualche modo rappresenta lo spirito dei tempi ed elude le dinamiche curatoriali e funzionali per il mercato dell'arte e non al gusto estetico ed elogia l'installazione "Good Bye Alitalia" dichiarando che l'avrebbe chiamata urlo di dolore dell'Aliatalia.
Vi invito (fino al 30 gennaio) alla visita della;
Biennale di Venezia, padiglione Italia a Torino al Palazzo Esposizioni, Sala Nervi, Corso Massimo D'Azeglio, 15f, Torino.
La mostra di Torino Esposizioni è l'estensione della 54^ edizione della Biennale di Venezia, anzi del "Padiglione Italia."
Potrete ammirare le opere di settecento artisti selezionati per il padiglione Italia della sede torinese della Biennale. Un' edizione speciale subalpina, legata anche ai 150 anni.
Io espongo due opere:
Titolo opera: "Good Bye Alitalia"
Installazione
1,75 x 30 2011
(ferro, tessuto, accessori)
Oggi si assiste al declino inarrestabile della compagnia di bandiera, nonostante il rilancio della nuova Alitalia (Cai).
A distanza di anni dai tempi in cui si lottava con ottimismo per ottenere i diritti fondamentali del lavoro e quelli paritari della donna, si è dovuto fare i conti con la situazione odierna di precarietà, in cui i simboli di potere quali la nostra compagnia di bandiera sono stati messi al bando. Resta il ricordo dolce-amaro di un insieme di colori che completava il nostro senso di appartenenza ad un paese che non sembra più lo stesso.
E' anche un omaggio al vestito della donna Italiana, la divisa delle hostess Alitalia, da oltre 30 anni è più famosa nel mondo.
Titolo opera: "Oppressione" composizione tecnica mista. 60x90 - 2011
E' tempo di imparare a fare cose nuove con la ragione, l'intelligenza e la verità.
E' tempo per non restare indifferenti ma agire in favore della pace, giustizia sociale e libertà.
In pratica, una denununcia che si propone una riflessione sulla la mancanza di libertà di cui soffrono numerosi Popoli e minoranze, poi altre forme di oppressione: ci sono in Italia, nuovi poveri, dagli operai in cassa integrazione e licenziati al ceto medio oberato dai debiti.
Il nostro è un Paese in cui i fondamenti della convivenza civile e forse della stessa democrazia sono erosi da tante disuguaglianze.
Curatore: Vittorio Sgarbi,
Coordinatore Generale: Giorgio Grasso,
Giorgia Cassini.
Organizzazione: Kleements & McOellin
Organizzazione artistica: Slide Events
Ufficio Stampa, catalogo: B52 Communication s.a.s di Sara Ratti e C.“
Dal 17 dicembre 2011, al 30 gennaio 2012 .
Ingresso libero
Orari:
Dal martedì alla domenica dalle 14:00 alle 20:00
La mia partecipazione alla rassegna della Biennale segna un'importante traguardo, un grande riconoscimento, uno stimolo a continuare la mia ricerca artistica, ovviamente operando con umiltà e creatività.
Un augurio di un 2012 che veda realizzate tante speranze per una vita migliore...
I sogni esistono per essere realizzati, le promesse per essere mantenute, le delusioni...per farci ricominciare.
JOAN BAEZ ~ Oh Happy Day ~
"Si sta
come d'autunno
sugli alberi
le foglie."
(Giuseppe Ungaretti)
In questa poesia molto breve, Ungaretti paragona alle foglie tremanti di un albero alla precarietà della vita, perchè ci vediamo maturare ad ogni autunno in rughe e pensieri nell'inafferrabile sostanza del divenire. C'è sempre un'ultima foglia sospesa nella fatalità del suo epilogo.
Una installazione al confine tra natura e scultura. Segni particolari? Il materiale con cui è stata realizzata: tutti pezzi di riciclo: corteccia, rami, foglie.
Quest’opera d’arte contemporanea, dall’emblematico titolo « Autunno», è frutto della sensualità dell'arte naturalistica. ...
Dove potete vederla?
Nel più bel caffè di Caselle!!!
Una sosta per sorseggiare un delizioso caffè alla “Caffetteria dei Portici,” (il caffè è davvero buono e pure il cappuccino, rigorosamente con tanta schiuma) e troverete esposta la nuova installazione ”Autunno".
Storica Caffetteria “I PORTICI” di Franca, in via Torino, sotto i portici di Palazzo Mosca a Caselle Torinese.
PRESENZE ARTISTICHE
A SETTIMO TORINESE
"ESPLOSIONE DEI COLORI"
“La Giardiniera”
Casa dell’arte e dell’Architettura
Via Italia 90 bis – Settimo Torinese
Vernissage: Venerdì 9 Settembre ore 18.
DAL 9 AL 30 settembre
Dal Martedì al Venerdì 16/19
Sabato-Domenica dalle ore 10 alle 12
Dalle 16 alle 19.
free admittance
Catalogo a cura del Comune di Settimo,
Consulta Culturale.
“Presenze artistiche” nella Città di Settimo Torinese continua ad essere un’esposizione che merita di essere gustata a pieno, con la consapevolezza che Settimo Torinese è, ormai, in grado di proporre al pubblico artisti di pregevole fattura.
Uscire dall’uso ancora ricorrente, che la cultura e la divulgazione artistica sono per le amministrazioni un impegno aggiuntivo significa guardare in modo perspicace ai valori e alla crescita della propria città con la giusta considerazione che la cultura non è una spesa, ma un investimento.
______
In questa rassegna espongo due opere, quella in catalogo: “Omaggio a Mimmo Rotella.”
Il maestro Mimmo Rotella e’ stato uno dei più grandi protagonisti della scena culturale a partire dagli anni ‘50 assieme a Burri, Manzoni e Fontana.
Nel panorama artistico italiano, le sue opere “i décollage” sono stati ammirati in tutto il mondo, hanno creato uno spazio a volte provocatorio ma senza dubbio capace di stimolare il senso critico e di produrre un nuovo linguaggio che ha segnato l’espressione artistica contemporanea”.
TorinoArtClub organizza la 1° collettiva di Arte Contemporanea 2011”Oggi Espone” rassegna riservata a tutti gli artisti presenti sul portale Web di TorinoArt Club.
Spazio espositivi di Torino Art Club all’interno della Multisala Petrarca di Settimo Torinese.
18 Febbraio - 11 marzo 2011
Vernissage 18 Febbraio ore 17,30
Multisala Petrarca Teatro, Via Petrarca 7 Settimo Torinese.
Dal Lunedì alla domenica
Orario: dalle 16,30 alle 22,00
Ingresso libero
info@torinoart.it
Tra il 1931 e il 1937 venne realizzato l’imponente rimaneggiamento e rifacimento di via Roma, (situata tra le Piazze Castello e S.Carlo) l’antica Via Nuova realizzata tra il Cinquecento e il Seicento quale asse portante della città Barocca in formazione negli stessi anni.
via rollerostefano.blog.espresso.repubblica.it
Una pagina interessante dell'epoca risorgimentale e della storia del nostro paese emerge da un articolo che fotografa una Roma dal potere temporale dei Papi al potere dello Stato.
Tra gli altri articoli che si richiamano agli avvenimenti dell’Unità d’Italia ho trovato un documento inedito pubblicato in forma tascabile fuori commercio, stampato a Roma nell’aprile del 1961 in occasione del primo Centenario dell’Unità d’Italia a cura dell’ente nazionale biblioteche popolari e del ministro della pubblica istruzione del 1961 sen. Giuseppe Medici.
L’articolo, scritto dal giornalista Ugo Pesci (Firenze, 1842 - Bologna, 1908) non rivela notizie nuove o sconosciute, ma una preziosa fonte di testimonianza di com’era Roma in quel periodo, una narrazione semplice e popolare..
(Testo trascritto integralmente)
"GLI ITALIANI A ROMA Piazza San Pietro e il Vaticano".
Forse nessuno ha veduto la piazza di San Pietro e l'esterno del Vaticano nelle circostanze nelle quali io li vidi la prima volta, la mattina del 21 settembre 1870.
La sera prima, dopo le 11, incontrato Edmondo De Amicis nel caffè di piazza Colonna ribattezzato quel giorno con il nome di Cavour, trovata per caso una botte (carrozza con cavallo) vicino a piazza Venezia, allontanandoci dal festoso baccano delle vie principali, eravamo andati fino al Foro Romano ed al Colosseo, passando sotto il Campidoglio, attoniti dinanzi alla grandiosità degli avanzi di Roma antica, che ci appariva anche più solenne nel silenzio e nella oscurità della notte.
La mattina dopo, uscito di buon'ora dall'albergo d'Europa, salii in un'altra botte in piazza di Spagna e dissi al bottaio di accompagnarmi in piazza San Pietro.
II bottaro mi guardò sorpreso, e convintosi subito che non ero romano, mi disse in pretto abruzzese: « “Signurì... là ce stanno ancora li caccialepri!” (le guardie papaline)
Ma avendo ìo insistito, s’avvio per via Condotti, via Fontanella di Borghese, via dell'Orso; passò davanti all'antico albergo omonimo, nel quale il Montaigne alloggiò nel 1581, e sboccò di faccia alla mole Adriana lasciandosi dietro l'ora scomparso teatro Apollo.
A ponte San Angelo, sulla riva sinistra del Tevere, era di guardia una compagnia del 21" battaglione bersaglieri comandata dal capitano Boyer, un valoroso ufficiale piemontese, col petto coperto di medaglie, che a Firenze, da dove era venuto il battaglione, chiamavano il « capitano Fanfulla ».
Egli aveva la consegna di non lasciar passare il ponte a soldati, e di non permettere che si avvicinassero alla riva sinistra i pontifici, che si vedevano affollati dietro un cancello, dall'altra parte del ponte, all'ingresso di Castel Sant'Angelo allora forte e caserma.
Boyer volle dissuadermi dal proseguire; ma non l'ascoltai.
M'ero messo in testa di vedere che cosa accadeva nella così detta città Leonina: almeno in apparenza, ero un cittadino contro la cui libera circolazione non poteva esistere alcuna consegna, poiché altra gente andava e veniva per il ponte da una parte e dall'altra.
Passai davanti al cacciatore estero di sentinella al castello, infilai per Borgo, incontrando soldati papalini di varie specie, e domestici in livrea cardinalizia che parevano affrettarsi alla ricerca di un rifugio sicuro.
Le botteghe dei coronari erano semi aperte, e le cicoraie offrivano la toro fresca ed umida mercanzia alle donnette che uscivano da Santa Maria in Trasportina affrettando il passo.
Giunto in piazza Rusticucci sì presentò allo sguardo tutta la maestà della Basilica Vaticana e del palazzo pontificio: ma da quella prima impressione subito ne distrasse un altro spettacolo, davvero noti altrettanto maestoso, ma curioso e strano, tutt'intorno al porticato del Bernini e lungo la gradinata di San Pietro erano schierati fra i 5000 ed i 6000 uomini di varie truppe, che vi avevano bivaccato durante la notte: una batteria da campagna, con gli avantreni staccati ed i pezzi rivolti contro la città, stava davanti all'obelisco; il reggimento Zuavi davanti al portico a sinistra di chi guarda verso la facciata, al di là della fontana.
Le truppe a piedi avevano fatto i fasci d'armi, presso i quali si aggruppavano disordinate; un drappello di dragoni era appiedato con ì cavalli alla mano: sotto il portico fumavano qua e là nereggianti avanzi di legna bruciata, servita per il caffè od un primo rancio.
Molto avanti, verso piazza Rusticucci, erano riuniti parecchi ufficiali: altri gruppi se ne vedevano qua e là dispersi nel vastissimo spazio.
Non v'era, oltre i soldati, anima viva in tutta la piazza. Il bottaro, punto incoraggiato da quello spettacolo, aveva rallentato il trottarello della sua brenna: e poi si fermò addirittura col pretesto di domandarmi dove volessi andare.
Per non fare ruta vergognosa ritirata, lo tenni lì fermo a chiacchierare per due o tre minuti, durante i quali detti i n'occhiata distratta alla fcciata e alla cupola di Michelangelo, alla facciata del palano che appare di sghembo al di là del portico del Nonnini: poi dissi ai bottaro, di tornare indietro, ed egli si affrettò a coltane, frustando con entusiasmo la povera bestia sorpresa dall'ingiustificato maltrattamento.
Tornai, dopo tre o quattro giorni, in piazza San Pietro; visitai la Basilica nella quale entravano a flotte, e passeggiavano riverenti ed a bocca aperta per lo stupore quei buoni ragazzi de' nostri soldati: girai di fuori intorno al palazzo ed ai giardini corno allora si poteva, perché il quartiere dei Prati era una vasta estensione di ortaglie e di terreni abbandonati mal praticabile.
Visitai la Pinacoteca, le logge di Raffaello, i Musei, la Sistina, entrando in Vaticano con uno dei tanti biglietti rilasciati in quei giorni dal maestro dei Sacri palazzi apostolici alle nostre autorità militari, ed intestati al tenente colonnello Montreal del 57" fanteria, a cui non ho mai capito perché fosse toccato d'essere il gerente responsabile di tutti i visitatori del Vaticano.
Alcun tempo dopo potei anche procurarmi il permesso speciale necessario per visitare altre parti del palazzo, nascosto a chi è semplicemente munito di un biglietto ordinario: entrai ossequiato dagli svizzeri di guardia alla porta di bronzo, visitai i giardini, potei accompagnarmi a comitive di pellegrini, ed assistere ad alcuni solenni ricevimenti di Pio IX nella Sala Ducale.
Non ho mai verificato se esistano davvero in Vaticano 11.000 stanze; non ho mai contato le grandi sale e neppure i cortili; non ho mai misurato a passi i più lunghi corridoi come fanno le belle americane per verificare le indicazioni delle « guide ».
Ma il palazzo, o meglio dire quell'ammasso di palazzi, costruiti e sovrapposti l'uno all'altro in tempi tanto diversi, mi ha sempre fatto, rivedendolo, una maggiore impressione di grandiosità e d'imponenza.
Non ho mai veduto la residenza del Dalai Lama del Tibet, il palazzo di Potala in fama d'esser uno dei più grandi edifici de mondo; forse non l'hanno veduto neppure tutti coloro che hanno la pazienza di leggere questo libro, ma senza averlo veduto, si può scommettere che, se pur misurandolo a metri il palazzo di Lhasa ha dimensioni maggiori del Vaticano, non è davvero altrettanto imponente e grandioso.
Quando poi si pensa alle meraviglie dell'arte contenute nella residenza del pontefice romano; all'infinito popolo di statue che vi tiene stanza; ai sorprendenti monumenti di tutte le civiltà che vi hanno raccolto vani pontefici; al numero enorme di artisti insigni che hanno collaborato ad edificarla, ad ampliarla, ad ornarla di capolavori unici al mondo; si finisce per acquistare la immutabile convinzione che tutta questa inarrivabile magnificenza è stata creata ed esiste in forza di una idea veramente immensa; di tale immensità che sfugge alle nostre piccole menti critiche, e che l'ostentato disprezzo di chi non è arrivato neppure a comprenderne la grande importanza storica, rende anche più gigantesca...
Ugo Pesci.
Una pagina interessante dell'epoca risorgimentale e della storia del nostro paese emerge da un articolo che fotografa una Roma dal potere temporale dei Papi al potere dello Stato.
Tra gli altri articoli che si richiamano agli avvenimenti dell’Unità d’Italia ho trovato un documento inedito pubblicato in forma tascabile fuori commercio, stampato a Roma nell’aprile del 1961 in occasione del primo Centenario dell’Unità d’Italia a cura dell’ente nazionale biblioteche popolari e del ministro della pubblica istruzione del 1961 sen. Giuseppe Medici.
L’articolo, scritto dal giornalista Ugo Pesci (Firenze, 1842 - Bologna, 1908) non rivela notizie nuove o sconosciute, ma una preziosa fonte di testimonianza di com’era Roma in quel periodo, una narrazione semplice e popolare..
(Testo trascritto integralmente)
Forse nessuno ha veduto la piazza di San Pietro e l'esterno del Vaticano nelle circostanze nelle quali io li vidi la prima volta, la mattina del 21 settembre 1870.
La sera prima, dopo le 11, incontrato Edmondo De Amicis nel caffè di piazza Colonna ribattezzato quel giorno con il nome di Cavour, trovata per caso una botte (carrozza con cavallo) vicino a piazza Venezia, allontanandoci dal festoso baccano delle vie principali, eravamo andati fino al Foro Romano ed al Colosseo, passando sotto il Campidoglio, attoniti dinanzi alla grandiosità degli avanzi di Roma antica, che ci appariva anche più solenne nel silenzio e nella oscurità della notte.
La mattina dopo, uscito di buon'ora dall'albergo d'Europa, salii in un'altra botte in piazza di Spagna e dissi al bottaio di accompagnarmi in piazza San Pietro.
II bottaro mi guardò sorpreso, e convintosi subito che non ero romano, mi disse in pretto abruzzese: « “Signurì... là ce stanno ancora li caccialepri!” (le guardie papaline)
Ma avendo ìo insistito, s’avvio per via Condotti, via Fontanella di Borghese, via dell'Orso; passò davanti all'antico albergo omonimo, nel quale il Montaigne alloggiò nel 1581, e sboccò di faccia alla mole Adriana lasciandosi dietro l'ora scomparso teatro Apollo.
A ponte San Angelo, sulla riva sinistra del Tevere, era di guardia una compagnia del 21" battaglione bersaglieri comandata dal capitano Boyer, un valoroso ufficiale piemontese, col petto coperto di medaglie, che a Firenze, da dove era venuto il battaglione, chiamavano il « capitano Fanfulla ».
Egli aveva la consegna di non lasciar passare il ponte a soldati, e di non permettere che si avvicinassero alla riva sinistra i pontifici, che si vedevano affollati dietro un cancello, dall'altra parte del ponte, all'ingresso di Castel Sant'Angelo allora forte e caserma.
Boyer volle dissuadermi dal proseguire; ma non l'ascoltai.
M'ero messo in testa di vedere che cosa accadeva nella così detta città Leonina: almeno in apparenza, ero un cittadino contro la cui libera circolazione non poteva esistere alcuna consegna, poiché altra gente andava e veniva per il ponte da una parte e dall'altra.
Passai davanti al cacciatore estero di sentinella al castello, infilai per Borgo, incontrando soldati papalini di varie specie, e domestici in livrea cardinalizia che parevano affrettarsi alla ricerca di un rifugio sicuro.
Le botteghe dei coronari erano semi aperte, e le cicoraie offrivano la toro fresca ed umida mercanzia alle donnette che uscivano da Santa Maria in Trasportina affrettando il passo.
Giunto in piazza Rusticucci sì presentò allo sguardo tutta la maestà della Basilica Vaticana e del palazzo pontificio: ma da quella prima impressione subito ne distrasse un altro spettacolo, davvero noti altrettanto maestoso, ma curioso e strano, tutt'intorno al porticato del Bernini e lungo la gradinata di San Pietro erano schierati fra i 5000 ed i 6000 uomini di varie truppe, che vi avevano bivaccato durante la notte: una batteria da campagna, con gli avantreni staccati ed i pezzi rivolti contro la città, stava davanti all'obelisco; il reggimento Zuavi davanti al portico a sinistra di chi guarda verso la facciata, al di là della fontana.
Le truppe a piedi avevano fatto i fasci d'armi, presso i quali si aggruppavano disordinate; un drappello di dragoni era appiedato con ì cavalli alla mano: sotto il portico fumavano qua e là nereggianti avanzi di legna bruciata, servita per il caffè od un primo rancio.
Molto avanti, verso piazza Rusticucci, erano riuniti parecchi ufficiali: altri gruppi se ne vedevano qua e là dispersi nel vastissimo spazio.
Non v'era, oltre i soldati, anima viva in tutta la piazza. Il bottaro, punto incoraggiato da quello spettacolo, aveva rallentato il trottarello della sua brenna: e poi si fermò addirittura col pretesto di domandarmi dove volessi andare.
Per non fare ruta vergognosa ritirata, lo tenni lì fermo a chiacchierare per due o tre minuti, durante i quali detti i n'occhiata distratta alla fcciata e alla cupola di Michelangelo, alla facciata del palano che appare di sghembo al di là del portico del Nonnini: poi dissi ai bottaro, di tornare indietro, ed egli si affrettò a coltane, frustando con entusiasmo la povera bestia sorpresa dall'ingiustificato maltrattamento.
Tornai, dopo tre o quattro giorni, in piazza San Pietro; visitai la Basilica nella quale entravano a flotte, e passeggiavano riverenti ed a bocca aperta per lo stupore quei buoni ragazzi de' nostri soldati: girai di fuori intorno al palazzo ed ai giardini corno allora si poteva, perché il quartiere dei Prati era una vasta estensione di ortaglie e di terreni abbandonati mal praticabile.
Visitai la Pinacoteca, le logge di Raffaello, i Musei, la Sistina, entrando in Vaticano con uno dei tanti biglietti rilasciati in quei giorni dal maestro dei Sacri palazzi apostolici alle nostre autorità militari, ed intestati al tenente colonnello Montreal del 57" fanteria, a cui non ho mai capito perché fosse toccato d'essere il gerente responsabile di tutti i visitatori del Vaticano.
Alcun tempo dopo potei anche procurarmi il permesso speciale necessario per visitare altre parti del palazzo, nascosto a chi è semplicemente munito di un biglietto ordinario: entrai ossequiato dagli svizzeri di guardia alla porta di bronzo, visitai i giardini, potei accompagnarmi a comitive di pellegrini, ed assistere ad alcuni solenni ricevimenti di Pio IX nella Sala Ducale.
Non ho mai verificato se esistano davvero in Vaticano 11.000 stanze; non ho mai contato le grandi sale e neppure i cortili; non ho mai misurato a passi i più lunghi corridoi come fanno le belle americane per verificare le indicazioni delle « guide ».
Ma il palazzo, o meglio dire quell'ammasso di palazzi, costruiti e sovrapposti l'uno all'altro in tempi tanto diversi, mi ha sempre fatto, rivedendolo, una maggiore impressione di grandiosità e d'imponenza.
Non ho mai veduto la residenza del Dalai Lama del Tibet, il palazzo di Potala in fama d'esser uno dei più grandi edifici de mondo; forse non l'hanno veduto neppure tutti coloro che hanno la pazienza di leggere questo libro, ma senza averlo veduto, si può scommettere che, se pur misurandolo a metri il palazzo di Lhasa ha dimensioni maggiori del Vaticano, non è davvero altrettanto imponente e grandioso.
Quando poi si pensa alle meraviglie dell'arte contenute nella residenza del pontefice romano; all'infinito popolo di statue che vi tiene stanza; ai sorprendenti monumenti di tutte le civiltà che vi hanno raccolto vani pontefici; al numero enorme di artisti insigni che hanno collaborato ad edificarla, ad ampliarla, ad ornarla di capolavori unici al mondo; si finisce per acquistare la immutabile convinzione che tutta questa inarrivabile magnificenza è stata creata ed esiste in forza di una idea veramente immensa; di tale immensità che sfugge alle nostre piccole menti critiche, e che l'ostentato disprezzo di chi non è arrivato neppure a comprenderne la grande importanza storica, rende anche più gigantesca...
Ugo Pesci.

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